Il mercato italiano dell’intelligenza artificiale conferma nel 2025 un ritmo di crescita che pochi altri comparti tecnologici possono vantare. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, nel 2025 il mercato italiano dell’Intelligenza Artificiale ha raggiunto il valore di 1,8 miliardi di euro, in crescita del +50% rispetto al 2024. Un dato che, se confrontato con il punto di partenza, restituisce la dimensione del balzo compiuto dal settore: un valore quasi nove volte superiore rispetto al 2018, quando il mercato valeva appena 210 milioni di euro, come ricorda l’analisi di TD Synnex basata sugli stessi dati dell’Osservatorio.
Le stime, va precisato, non sono univoche e variano a seconda della metodologia utilizzata dai diversi centri di ricerca. Accanto ai 1,8 miliardi rilevati dal Politecnico di Milano, il rapporto “Il Digitale in Italia 2026” di Anitec-Assinform e NetConsulting cube, presentato il 1° luglio alla Camera dei deputati, fornisce una fotografia leggermente diversa: la spesa in intelligenza artificiale delle imprese italiane ha raggiunto 1,38 miliardi di euro nel 2025, con una crescita del 47,6% rispetto all’anno precedente. All’interno di questa cifra, a trainare è l’AI generativa, che vale 426 milioni di euro — il doppio rispetto al 2024 — e rappresenta il 31% del mercato AI italiano, mentre il machine learning si conferma la tecnica più diffusa (28%), seguito da NLP e computer vision.
Al di là delle differenze di stima tra le due ricerche, tutti gli indicatori convergono su un punto: la crescita è reale e diffusa. Secondo i dati del Politecnico di Milano, il 46% del mercato è frutto di soluzioni di GenAI o di progetti ibridi, il restante 54% di progetti in prevalenza di Machine Learning. L’ecosistema dell’offerta si è ampliato in modo significativo: sono 1010 le aziende italiane censite dall’Osservatorio che offrono soluzioni e servizi di Intelligenza Artificiale e 135 le startup finanziate negli ultimi 5 anni, che propongono principalmente soluzioni verticali per singoli settori (in particolare Healthcare o Fintech).
Sul fronte dell’adozione, il quadro resta però a due velocità. Da un lato le grandi imprese hanno accelerato in modo netto: nel 2025 il 71% delle grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di AI, una percentuale che scende all’8% tra le piccole e medie realtà. Anche se molte realtà hanno progetti soltanto in alcune funzioni, sei aziende su dieci rilevano un impatto significativo sul modello di business. Il divario tra dimensioni d’impresa emerge con altrettanta chiarezza anche nei dati Anitec-Assinform, secondo cui il nodo critico è il divario di adozione: solo il 15,7% delle PMI utilizza l’AI, contro il 53,1% delle grandi aziende. Un gap che, come sottolinea Giancarlo Capitani di NetConsulting cube, «è ancora più grande tra i territori», con il Mezzogiorno dipendente da investimenti pubblici.
Anche la diffusione degli strumenti pronti all’uso segna un’accelerazione marcata: nel 2025 l’84% delle grandi aziende ha acquistato licenze di almeno uno strumento di Generative AI, +31% rispetto al 2024, con soluzioni come Microsoft Copilot, ChatGPT Plus e Gemini Advanced tra le più diffuse. Resta invece ancora marginale, sebbene in prospettiva di forte crescita, il segmento più avanzato: restano ancora marginali i sistemi di Process Orchestration e Agentic AI (4%), che si dotano però di meccanismi di orchestrazione sempre più intelligenti grazie al ruolo degli LLM.
L’impatto si fa sentire con forza anche sul mercato del lavoro. In media, il 47% dei lavoratori utilizza strumenti di AI in azienda e, tra questi, circa quattro su dieci stimano un risparmio di oltre 30 minuti nelle ultime due attività in cui hanno utilizzato l’intelligenza artificiale; ben quattro lavoratori su dieci grazie all’AI svolgono attività che altrimenti non sarebbero in grado di fare. La domanda di competenze specifiche è esplosa: nel 2025 è cresciuto del 93% il numero di annunci di lavoro pubblicati in Italia che richiedono skill di AI; oggi in ben il 76% delle offerte per profili white-collar ad alta qualificazione compaiono le competenze di AI tra i requisiti per candidarsi. In termini assoluti, l’Osservatorio ha calcolato che nel 2025, circa 44 mila posizioni su 3,2 milioni complessive richiedono competenze AI, +93% rispetto all’anno precedente.
Non mancano, tuttavia, i nodi critici che gli stessi osservatori mettono in evidenza. Il primo riguarda il finanziamento pubblico della transizione: la seconda sfida è proseguire con programmi di ricerca e formazione con la fine delle risorse PNRR: l’assenza di un piano strategico di finanziamento allo sviluppo dell’AI in Italia rischia di vanificare lo sviluppo degli scorsi anni, avverte Giovanni Miragliotta, direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. Il secondo riguarda il posizionamento competitivo dell’Italia e dell’Europa nel confronto globale: secondo un’analisi ripresa da Dazebaonews, solo l’8,2% delle imprese italiane utilizza concretamente soluzioni di intelligenza artificiale, ben al di sotto della media europea del 13,5%, un divario che si allarga ulteriormente se si guarda agli investimenti complessivi, dato che gli Stati Uniti hanno investito oltre 470 miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale nell’ultimo decennio, contro circa 50 miliardi dell’intera Unione Europea.
Guardando al futuro, le proiezioni indicano un’ulteriore accelerazione: secondo le stime Anitec-Assinform riprese da più fonti, il mercato italiano potrebbe registrare proiezioni da oltre 2,5 miliardi entro il 2028. Resta da capire, sottolineano gli analisti, se questa crescita saprà tradursi in un’adozione realmente diffusa anche tra le piccole e medie imprese, finora il vero punto debole del sistema Italia, e se il Paese riuscirà a costruire, come indicano gli stessi rapporti, una strategia industriale e formativa capace di accompagnare nel tempo l’espansione degli investimenti privati.